Quando avevo nove anni ho smesso di dormire per un anno intero, nel senso letterale dell’espressione. Così, da un giorno all’altro – o da una notte all’altra, se vogliamo essere precisi. Non era successo niente di particolare, non avevo subito traumi di qualsivoglia tipologia, non era malcelata paura della morte o ansia abbandonica. Semplicemente, non avevo più sonno. Mai. Ero sveglia come un grillo fino alle tre, quattro del mattino, poi cadevo in una sorta di dormiveglia agitato e con sogni frammentari e confusi, quando la sveglia suonava mi alzavo, mi lavavo la faccia, facevo colazione con tè nero e cereali Rice Krispies (usavo il tè e non il latte perché ero convinta che quest’ultimo facesse ingrassare, erano i primi albori di una gloriosa carriera di disturbi alimentari) e poi andavo a scuola, come un bravo soldatino. Senza colpo ferire.
Maddalena Ramolini, La bambina senza sonno 

Poco tempo fa, la mia ex madre adottiva mi ha chiesto l’amicizia su Facebook. Non ci rivolgevamo la parola da quando ero una ragazzina.

Quando io e mio fratello siamo stati liberati dalla casa adottiva in cui abbiamo vissuto per sei anni, io avevo 15 anni e lui 17. Ci hanno riaffidati alla custodia dello stato. Eravamo di nuovo in affidamento, il che andava benissimo, sia chiaro, perché in passato avevamo avuto delle esperienze d’affidamento niente male con dei tizi d’affidamento niente male. C’è solo un piccolo particolare: abbiamo dovuto testimoniare in tribunale contro i nostri genitori adottivi.

Melissa Chandler, “La mia ex madre”

Ora, non dubito del fatto che l’odio nei confronti della mia prof di italiano e storia non fosse proprio in cima alle coseacuipensareallamaturità dei miei compagni di classe, men che meno mentre aspettavamo l’apertura della busta del ministero con la stessa angoscia di quelli che ai quiz stanno per scoprire se vinceranno o perderanno milioni – e con incavo delle ginocchia, ascelle, braccia e gambe che grondavano un sudore che sapeva di giugno inoltrato a Milano.

Non era neanche in testa ai miei, di pensieri, per quanto il suo fluttuare tra i banchi mi stesse indispettendo. Ed ecco che la vidi avanzare verso di me con tutti i suoi gioielli tintinnanti e, come il professor Piton della situazione, chinarsi sul mio banco per dirmi solo queste parole, una specie di sentenza finale (non avrei mai più interagito con lei dopo quel momento):

- Buona fortuna con il tema, perché tu a scrivere, insomma…